Gabriele Basilico si racconta Testimonianze e documenti audiovisivi per approfondire la conoscenza del suo lavoro.

«Fotografare una città significa fare scelte tipologiche, storiche, oppure affettive, ma più spesso vuol dire cercare luoghi e creare storie, relazioni, anche con luoghi lontani archiviati nella memoria, o addirittura luoghi immaginari»
da "Abitare la Metropoli", Contrasto, Roma 2013, pag.51

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«Nella magica sospensione luminosa della Pasqua 1978, spostandomi nella città di zona in zona, pianta alla mano, mi sono ritrovato nella zona 14, tra via Ripamonti e via Ortles, in un’area caratterizzata prevalentemente da costruzioni industriali. Per la prima volta ho “visto” le strade e, con loro, le facciate delle fabbriche stagliarsi nitide, nette e isolate su un cielo inaspettatamente blu, dove la visione consueta diventava improvvisamente inusuale»
da "Milano ritratti di fabbriche", Sugarco, Milano 1984, pag.14


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«Milano negli anni è diventata per me come un porto di mare, un luogo privato dal quale partire per altri mari, per altre città, per poi ritornare e quindi ripartire. Un porto, cioè un luogo fermo, stabile, dove accumulare reperti e impressioni di luoghi lontani»
da "Interrupted city", Actar, Barcelona 1999, pag.2-3

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«Quello che mi interessa in modo costante, quasi ossessivo, è il paesaggio urbano contemporaneo, il fenomeno sociale ed estetico delle grandi, rapide, incontenibili trasformazioni in atto nelle città del pianeta, e penso che la fotografia sia stata, e continui forse a essere, uno strumento sensibile e particolarmente efficace per registrarlo»
da "Abitare la Metropoli", Contrasto, Roma 2013, pag.53


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«Mi piace pensare di aver imparato, in quanto fotografo, a mettermi da parte, rinunciando così a una rappresentazione troppo soggettiva e spesso artificiosa in favore di una riproduzione apparentemente oggettiva della realtà e caratterizzata da un grande rispetto verso le cose»
da "Leggere le Fotografie in dodici lezioni", Abitare-Rizzoli, Milano 2012, pag.47

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«Le città sono come un libro che bisogna leggere per intero, diversamente si rischia di non afferrarne il senso: non solo i monumenti e la città consolidata, ma soprattutto la periferia, le zone di nuova espansione. Nella mia vita di fotografo sono andato a finire sempre un po’ più in là, oltre i confini. In effetti, sono le zone che mi interessano di più»
da "Architetture, Città, Visioni", Bruno Mondadori, Milano 2007, pag.134


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«Io fotografo il vuoto come protagonista di sé stesso, con tutto il suo lirismo, con tutta la sua forza, con tutta la sua umanizzante capacità di comunicazione, perché il vuoto nell’architettura è parte strutturale, integrante, del suo essere»
da "Architetture, Città, Visioni", Bruno Mondadori, Milano 2007, pag.101

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«Per me la ricerca non esclude la ripetizione, anzi per quanto riguarda il mio lavoro è un’atteggiamento costante, metodico, con il quale convivo da moltissimo tempo e mi aiuta a realizzare le mie fotografie, a osservare lo spazio senza esitazione e direi quasi con tranquillità.

Al gesto metodico della ripetizione mi piace associare, nella pratica, quello della misurazione: con quello intendo prendere le misure dello spazio che mi sta davanti, cercare di comprenderne la natura, di svelarne i misteri o, più metafisicamente, di risolverne gli enigmi»
da "Basilico-Salvo", Lubrina Editore, Bergamo 2002, pag.79


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